Liberi dal Covid e dalla plastica: come trattare i rifiuti sanitari - Life

Ultimo aggiornamento il 16 giugno 2020 alle 11:01

Liberi dal Covid e dalla plastica: come trattare i rifiuti sanitari

Ma qualcuno ha pensato a che fine faranno tutti i rifiuti che stiamo accumulando per proteggerci dal Covid-19?

Lo sguardo cade sulle montagne di guanti all’uscita dei supermercati. Ci sorprendono le mascherine abbandonate per strada. I bicchierini di plastica da caffè sono diventati l’unico modo di servirci al bar. E sfugge dal nostro conteggio tutto il materiale che i laboratori e gli ospedali gettano nella spazzatura anche in condizioni normali.

Che fare dei rifiuti speciali?

Nelle strutture sanitarie o nelle farmacie i rifiuti a rischio biologico sono smaltiti in una maniera preferenziale rispetto ai rifiuti comuni. I rifiuti sanitari, potenzialmente contaminati, fanno parte dei rifiuti speciali, derivanti da attività produttive di industrie e aziende, gestiti e smaltiti da aziende autorizzate allo smaltimento.

Il Rapporto ISPRA sui Rifiuti Speciali 2020 – presentato in occasione di una conferenza stampa lo scorso 26 maggio – con dati che si riferiscono all’anno 2018, rileva un aumento pari al 3,3% di rifiuti speciali rispetto al 2017. Un trend in crescita costante dal 2015 al 2018. Tutto questo mentre il piano di prevenzione “proponeva un obiettivo di riduzione dei rifiuti speciali rispetto all’unità di PIL del 5% sui rifiuti non pericolosi e del 10% per quelli pericolosi”.  Questo è stato il commento di Valeria Frittelloni, responsabile del Centro Nazionale dei Rifiuti e dell’Economia Circolare, durante la conferenza stampa ISPRA.

Il problema della produzione di rifiuti speciali resta quindi più attuale che mai. Fanno ben sperare invece i tentativi nazionali di far fronte al problema. Il 41% degli impianti deputati alla gestione dei rifiuti speciali sono abilitati al recupero dei materiali. E nel 2018 il 67,7% della materia derivata dai rifiuti speciali è stata recuperata.

Per ritornare ai rifiuti sanitari, nel 2018 ne abbiamo smaltiti 48 mila tonnellate con sterilizzazione. 96 mila tonnellate sono invece finiti nell’inceneritore. Secondo il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, anche lui intervenuto durante la conferenza stampa ISPRA, “abbiamo ancora una capienza di smaltimento pari a 200 mila tonnellate annue negli impianti oggi in attività”. Sembra dunque che l’emergenza Covid non abbia creato una situazione di allarme per gli smaltimenti ospedalieri.  “In ogni caso”, ha preannunciato il ministro Costa “ho istituito un gruppo di lavoro, insieme a ISPRA, per valutare durante il Covid-19 e la Fase 2 il flusso dei rifiuti. In tal modo saremo pronti, insieme agli operatori del settore, a orientare le scelte politiche. Il fine è non arrivare a una situazione di risschio”.

Intanto in città

Una situazione diversa si riscontra nelle città. “I rifiuti urbani vengono gestiti in maniera differente da comune a comune” ha detto Valeria Frittelloni. “In diversi casi i comuni hanno attivato raccolte dedicate per le utenze dove soggiornano casi infetti o in quarantena. Se non presenti raccolte dedicate, l’Istituto superiore di sanità (ISS) ha suggerito il contenimento di rifiuti infetti in doppio sacchetto. Occorre poi trattare subito il rifiuto evitando la manipolazione “.

Intanto però i cittadini sono stati invitati a buttare mascherine e guanti non nella plastica, ma nella raccolta indifferenziata. Un motivo valido c’è. Si tratta di proteggere gli operatori del settore dall’esposizione a rifiuti potenzialmente infetti.

Ma così facendo il loro destino è la discarica. Qui inquinano la terra o da qui spesso finiscono in acqua. In alternativa c’è l’incenerimento. Ma questa gestione del rifiuto, assieme alla produzione di nuovo materiale, ha un forte impatto sull’emissione di gas serra. Uno studio apparso su Nature Climate Change    del 2019, stima che il 15% dei gas serra nel 2050 saranno dovuti alla plastica.

In questo quadro però sembra più lontano l’obiettivo 2030 fissato dalle Nazioni Unite per le città. L’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 11  recita “entro il 2030, occorre ridurre l’impatto ambientale negativo pro-capite delle città. È necessario prestare attenzione alla qualità dell’aria e alla gestione dei rifiuti urbani e di altri rifiuti“. Una bella sfida se si pensa che per quella data il 60% della popolazione abiterà in città.

La chiave di tutto? Una differenziazione più radicale

Durante la conferenza stampa di ISPRA è stato annunciato che presto verrà introdotta una demolizione selettiva dei rifiuti derivati dalle costruzioni. Appartengono infatti a questa tipologia la maggior parte dei rifiuti speciali. Ma non varrebbe la pena di introdurre la stessa misura anche in altri settori produttivi?

Qualcuno ci ha pure già pensato. Il progetto Terracycle ha creato una sorta di partnership con aziende private. Le aziende produttrici di beni da smaltire dopo l’uso si impegnano a finanziare l’economia circolare.  Contenitori in plastica possono essere raccolti e riutilizzati. Plastiche monouso possono essere conferite facendo una separazione spinta delle tipologie di plastica. Così è favorito il riciclo.
Tra i beni riciclati ci sono pure rifiuti sanitari. Il progetto si chiama RightCycle.

Riciclare il materiale non riciclabile: impresa possibile

Ma perché è così difficile trattare la plastica non riciclabile? Abbiamo una montagna enorme di rifiuti plastici. Sono estremamente eterogenei. Per le loro caratteristiche è impossibile destinarli al riciclo meccanico.
Solo in Italia stiamo parlando di circa il 50% del totale degli imballaggi in plastica che ogni anno finiscono nella raccolta differenziata. La storia si complica se la plastica finisce in mezzo al mucchio dei rifiuti non differenziati.

Ma nulla è perduto. Una azienda italiana, la Biorenova Spa, ha proposto una possibile soluzione.
“Abbiamo messo in piedi una tecnologia per trasformare i rifiuti plastici non riciclabili meccanicamente in idrocarburi. Si tratta della thermo-catalytic conversion of polimeric material (CAT-C)”, spiega Pierpaolo Papilj, uno dei fondatori di Biorenova.

La tecnologia è complessa e Biorenova ha ricevuto il sostegno di tanti. L’idea imprenditoriale era solida. Le competenze e la professionalità erano alte. Così l’idea si è trasformata in impresa ed è entrata nel programma “Smart & Start Italia” di Invitalia Spa. È cresciuta con il sostegno del fondo di rotazione Start Hope della regione Abruzzo. Proprio quest’anno è diventata una PMI innovativa, dopo aver creato il primo prototipo industriale di CAT-C in attesa di convalida del brevetto internazionale.

La ruota dell’economia circolare si è inceppata

Dunque Biorenova ha trasformato il materiale non riciclabile in un materiale senza il non. Però una tecnologia non è sufficiente a risolvere i problemi del non riciclabile. “In effetti non è così semplice. Ci sono numerosi paletti normativi. E poi c’è l’abitudine consolidata di gestire la plastica come un rifiuto. Cioè oggi essa rappresenta a tutti gli effetti uno scarto con elevati costi di conferimento e smaltimento. Tutti questi elementi non ne favoriscono il trattamento”,  ha spiegato Papilj.

Curare e trattare un rifiuto per ottenere un nuovo prodotto. È il cuore dell’economia circolare. Ma nel caso di Biorenova la massima non funziona. L’incertezza normativa che regna in Italia rende difficile stabilire quando un materiale cessa di essere un rifiuto. Anche se si trasforma in un idrocarburo.

Oggi la tecnologia CAT-C di Biorenova è stata convertita per la lavorazione del plexiglas di scarto. È considerata una materia prima secondaria e non un rifiuto. Da scarto il plexiglas diventa Metacrilato di Metile. L’industria chimica lo usa per produrre resine, vernici e nuovo plexiglas. “I risultati dell’attività di ricerca e sviluppo sono positivi” ha aggiunto Papilj. “E lo stesso posso dire per i primi test effettuati per la produzione di stirene dal polistirene. In questa fase di conversione della nostra azienda è stato fondamentale la collaborazione e la ricerca condotta dal Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi dell’Aquila”.

Cambiare la rotta potrebbe essere possibile. I progetti volti a trasformare il non riciclabile in nuovi prodotti commerciabili sono numerosi. Però “tutti gli attori della filiera, a partire dai singoli cittadini fino ad arrivare ai centri di selezione e raccolta, dovrebbero cominciare a maneggiare con una maggiore attenzione i rifiuti” ha concluso Papilj. “A beneficio di una miglior efficienza nel trattamento e minori costi”.

Sanofi Pasteur e StartupItalia dichiarano che gli autori dei post e gli speaker che prendono parte alle dirette hanno ottemperato agli adempimenti previsti in tema di conflitto di interesse.

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