Dalla telemedicina all'AI, ecco come Covid ha reso la sanità italiana più digitale - Life

Ultimo aggiornamento il 16 giugno 2020 alle 10:57

Dalla telemedicina all’AI, ecco come Covid ha reso la sanità italiana più digitale

Chiara Sgarbossa, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità, riassume i dati della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano sulla Connected Care nell’emergenza Covid19

Passata la tempesta iniziale è ora di rimettere insieme i pezzi e capire cosa resterà dopo Covid-19. Sicuramente una sanità più digitale, come dimostra la ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano sulla Connected Care nell’emergenza Covid19, presentata oggi durante il convegno online “Connected Care ed emergenza sanitaria: cosa abbiamo imparato e cosa fare adesso?”. Se da una parte infatti l’emergenza Covid-19 ha messo a dura prova la sanità italiana, dall’altra, ha accelerato la trasformazione digitale e organizzativa verso un modello di Connected Care. Rivoluzionando strutture sanitarie, modus operandi di medici di medicina generale, comunicazione medico-paziente e in generale favorendo la telemedicina. Ne abbiamo parlato con Chiara Sgarbossa, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità.

Professoressa Sgarbossa, durante la pandemia in che modo le strutture sanitarie si sono riorganizzate con l’aiuto delle soluzioni digitali? Quali sono stati i vantaggi e i limiti?

Durante questa fase di emergenza oltre la metà strutture sanitarie italiane hanno introdotto procedure organizzative per consentire ai dipendenti di lavorare in modalità agile e il 39% ha potenziato la collaborazione tra diverse strutture cliniche. Lo hanno fatto anche attraverso l’introduzione di strumenti digitali: il 39% delle aziende ha introdotto o potenziato le piattaforme di comunicazione e collaborazione, il 31% ha investito su strumenti per consentire lo smart working e il 30% ha fornito strumenti mobile al personale. Una delle conseguenze dello smart working è stata, tuttavia, la maggiore vulnerabilità delle aziende ad attacchi informatici, dovuta al fatto che molti lavoratori abbiano utilizzato reti non protette e strumenti e device personali. Il tema della Cyber Security ha rappresentato, secondo l’87% delle aziende sanitarie del campione, uno degli ambiti di criticità in questa fase di emergenza.

Una delle conseguenze dello smart working è stata, tuttavia, la maggiore vulnerabilità delle aziende ad attacchi informatici

Che vantaggi ha portato – e ancora può portare – al Servizio sanitario nazionale questa riorganizzazione digitale delle strutture sanitarie?

Il ruolo del digitale è diventato ancora più importante per aumentare la resilienza del sistema sanitario. Le tecnologie digitali hanno fatto la differenza e potranno farla ancora di più in futuro ­– se inserite in un modello di Connected Care – in tutte le fasi di prevenzione, accesso, cura e assistenza dei pazienti, per aiutare il personale sanitario nelle decisioni cliniche e le strutture sanitarie nella continuità di cura e nell’operatività. L’emergenza è stata l’occasione per sperimentare soluzioni che hanno consentito di contenere il contagio, ridurre le ospedalizzazioni e gestire i pazienti sul territorio. Per il futuro bisognerà ridisegnare i modelli di cura, potenziando i servizi territoriali e accelerando la transizione verso un modello di Sanità più connesso, sostenibile e resiliente.

La pandemia ha cambiato la percezione dei medici di medicina generale nei confronti degli strumenti digitali?

Sì, durante questa fase di emergenza sono cadute barriere e pregiudizi sul digitale: se già prima dell’emergenza il 56% dei medici di medicina generale usava WhatsApp per comunicare con il paziente, in futuro ben il 69% dei medici di medicina generale (MMG) vorrebbero utilizzare piattaforme di collaboration (es. Skype e Zoom) e/o piattaforme dedicate.

Quali sono stati gli strumenti digitali più utilizzati durante la pandemia dagli operatori sanitari? Quelli meno utilizzati? Perché?

Durante la pandemia gli operatori sanitari hanno utilizzato principalmente strumenti digitali come email e Whatsapp, perché già ne disponevano prima dell’emergenza. Sono state poco utilizzate piattaforme dedicate alla comunicazione medico-paziente e soluzioni di telemedicina, perché ancora poco diffuse e non sempre è stato fattibile introdurle “in corsa” durante il periodo di emergenza.

Per il futuro bisognerà ridisegnare i modelli di cura accelerando la transizione verso un modello di Sanità più connesso

La strada intrapresa da strutture e operatori sanitari è ormai questa del digitale o si teme un passo indietro finita l’emergenza?

Le conseguenze dell’emergenza sanitaria non hanno modificato le linee evolutive tracciate negli ultimi anni verso un modello di Connected Care, ma al contrario ne hanno messo in luce l’urgenza e il ritardo, dimostrando la fragilità e insostenibilità del modello attuale. Sarà quindi inopportuno tornare indietro e sarà, invece, importante attuare quelle azioni che fino ad oggi hanno impedito al digitale di diffondersi nella sanità italiana. Ad esempio, sarà importante introdurre in tutte le Regioni la tariffazione dei servizi telemedicina, che finora ha rappresentato un forte ostacolo ad una diffusione che andasse oltre le sperimentazioni.

Quali strumenti verranno mantenuti e su quali invece bisogna ancor investire?

Bisognerà diffondere ulteriormente la cartella clinica elettronica e le soluzioni di telemedicina nelle aziende sanitarie e incrementare l’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico tra i cittadini. Questo consentirà di raccogliere ulteriori dati e informazioni sul paziente. Sarà quindi necessario investire in soluzioni di intelligenza artificiale che consentano di valorizzare il patrimonio informativo a disposizione.

È cambiata anche la percezione dei cittadini nei confronti della sanità digitale?

È aumentato l’interesse verso strumenti di telemedicina: un cittadino su tre vorrebbe sperimentare una tele-visita con il proprio medico generale, il 29% con uno specialista, un altro 29% un tele-monitoraggio dei propri parametri clinici e uno su quattro proverebbe una video chiamata con uno psicologo.

Quali sono stati gli strumenti digitali più usati dai cittadini per informarsi sul Covid e per quali motivi? Questi strumenti possono avere un ruolo anche nel contrastare le fake news?

Durante l’emergenza oltre metà dei cittadini si è informata sul Covid attraverso canali digitali: in particolare, il 56% ha consultato le pagine web istituzionali (Protezione Civile, Regioni, aziende sanitarie, ecc.), mentre solo il 28% si è informato sulle pagine social di medici o politici, il 17% su pagine social e blog curati da cittadini e il 12% sulle App dedicate al Coronavirus. In una situazione di incertezza, aggravata dalla rapida diffusione di fake news, i cittadini sono rimasti legati ai canali ufficiali e istituzionali in cui riponevano maggior fiducia. Proprio per combattere il diffondersi di fake news, anche il ministero della Salute ha messo in guardia i cittadini rispetto alle notizie infondate che circolano sul web e sui social e ha attivato una pagina dedicata dove raccoglie tutte le fake news e le relative smentite.

Sanofi Pasteur e StartupItalia dichiarano che gli autori dei post e gli speaker che prendono parte alle dirette hanno ottemperato agli adempimenti previsti in tema di conflitto di interesse.

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