Arianna, la biologa del Sacco di Milano che ha contribuito a isolare il virus, ora è Cavaliere della Repubblica - Life
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Ultimo aggiornamento il 3 luglio 2020 alle 9:43

Arianna, la biologa del Sacco di Milano che ha contribuito a isolare il virus, ora è Cavaliere della Repubblica

Un dottorato e poi anni di lavoro al microscopio. Adesso per Arianna Gabrieli, precaria del Sacco nel team del professor Galli, è arrivato il riconoscimento più importante: il titolo di Cavaliere della Repubblica conferito da Mattarella. Il merito è quello di aver isolato il nuovo coronavirus

Alla Statale di Milano è arrivata subito dopo la laurea, una magistrale in biotecnologie a Tor Vergata, a Roma. “Avevo chiaro fin da subito che volessi fare il dottorato” spiega a StartupItalia Arianna Gabrieli, 37enne originaria di Galatina, nel leccese, da dove è partita con l’idea di diventare biologa. Studiare virus al microscopio, la professione a cui si dedica oggi, che l’ha portata al centro delle cronache e al riconoscimento più importante: l’onorificenza conferita da Mattarella a Cavaliere della Repubblica a lei e tutto il team dell’ospedale Sacco guidato dal professore Massimo Galli. Il merito della biologa del Sacco e dei suoi colleghi, è quello di aver isolato il nuovo coronavirus.

“Studiavo l’Hiv finché non sono arrivati i primi pazienti da Codogno”

Anni di ricerca in oncologia, diagnostica prenatale, malattie infettive.  Ma nell’occhio del ciclone Arianna si è ritrovata il 21 febbraio: “Fino a quel momento – racconta la biologa – stavo lavorando con il virus dell’Hiv”, portando avanti alcuni progetti di ricerca. Finché al Sacco “non sono cominciati a arrivare i primi pazienti di Codogno infetti da nuovo coronavirus”. Uno di loro era la moglie del paziente uno, la donna che all’epoca era incinta. “Abbiamo deciso di tentare di isolare il virus mettendolo in coltura in una linea cellulare”. Il risultato è arrivato in una settimana circa. “Lo Spallanzani lo aveva già fatto prima di noi” ma,  spiega Arianna, “ogni reparto ha i suoi pazienti, e a sua volta il suo laboratorio”. Non si poteva lavorare insieme in quel momento, poi con il tempo “sono arrivate le prima collaborazioni”.

In laboratorio con le stesse tute delle terapie intensive

In quei giorni, come tuttora, si lavorava con le stesse bardature utilizzate dai medici della terapia intensive, in stanze che tecnicamente si definiscono ‘BL3’ (Biosicurezza livello 3): “Il virus è infettivo, bisogna mettersi nelle condizioni di non essere contagiati”. Aggiungendo fatica alle già lunghe ore di laboratorio: “Arrivavano 15-20 campioni di materiale biologico da processare come sangue o broncoaspirato”. Per una squadra di quattro persone “la mole di lavoro era enorme”. Coperti in quel modo studiare il virus diventava particolarmente complesso. “Dovevamo uscire almeno una volta ogni quattro ore dalla stanza per prendere un po’ d’aria” ripercorre Arianna. Ogni volta un cambio completo di indumenti, “che per di più in quel momento, anche se noi ne abbiamo sempre avuti a disposizione, scarseggiavano”.

L’emergenza e poi di nuovo la calma

Passata la fase dell’emergenza, è tornata un po’ di calma. “Adesso passano giorni in cui di campioni nuovi da analizzare non ne arrivano, la media è comunque di uno o due al giorno”, chiarisce. Ma  questo non significa “che il virus si sia indebolito né che sia mutato”. Semplicemente, a differenza di prima, la supposizione più logica per cui sono ridotti gli accessi alla terapia intensiva dei malati Covid è che “i medici hanno l’esperienza e le armi per capire come agire quando si trovano davanti l’infezione”, mentre “all’inizio andavano a tentoni”.

I meccanismi del virus ancora non si conoscono

La strada per capire del tutto il Sars-CoV-2 è però ancora lunga. “Quello che possiamo dire con certezza è che si comporta in maniera diversa a seconda dell’ospite” ma per quanto riguarda “i meccanismi patogenetici siamo ancora agli inizi”. Ed è proprio questo che andrà compreso fino in fondo per mettere a punto un vaccino “a cui per fortuna si sta già lavorando”.

“Continuo a essere precaria”

Nel frattempo la ricerca nel laboratorio va avanti. “Oggi dobbiamo analizzare l’Rna di alcuni pazienti Covid e quantificarne la carica virale”. Un lavoro cruciale per la lotta contro il virus, premiato con l’arrivo “di quel telegramma dal Quirinale, che annunciava l’onorificenza”. Eppure per Arianna, con un passato di borse di studio da mille euro “con cui a Milano non si vive”, poco è cambiato, anche dopo quella lettera: “Ero in libera professione e lo continuo a essere”. Con un reddito sui 1500 euro al mese. Lei e il resto dell’équipe sono ancora precari, “in attesa di un concorso per un’assunzione, ma che sarà comunque a tempo determinato per otto mesi”.

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