"Anche i più attenti e competenti non sono immuni al contagio dell’infodemia" - Life
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Ultimo aggiornamento il 20 luglio 2020 alle 8:00

“Anche i più attenti e competenti non sono immuni al contagio dell’infodemia”

“Infodemia è una sorta di pandemia della cattiva informazione che poggia sulla strategia di far passare notizie, tante, in modo virulento che andranno a contagiare la gente che non è immunizzata perché non ha la competenza, né si è vaccinata per operare la selezione necessaria”. Lo spiega bene Mazzoli direttrice dell’Istituto per la formazione al giornalismo, che anticipa qualche dato di una loro recente indagine. Mazzoli sarà ospite della prossima diretta di Life il 22 luglio.

Appare a un certo momento nelle cronache e nel racconto degli studiosi e dei giornalisti ma anche degli scienziati il termine infodemia e la Treccani lo fa subito proprio, cioè lo sdogana. Così lo definisce: “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza , che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti attendibili”. Il termine rimanda, ça va sans dire, a pandemia e ancora la Treccani dice che è una “epidemia con tendenza a diffondersi ovunque. Può dirsi realizzata soltanto in presenza di tre condizioni: un organismo altamente virulento, mancanza di immunizzazione specifica nell’uomo e possibilità di trasmissione da uomo a uomo”.
Allora mi son posta la questione se davvero questi due termini sono, pur riferendosi a problemi diversi, simili. Certo non per mettere in discussione il vocabolario Treccani, non mi permetterei, né ho la competenza per farlo, ci mancherebbe altro. Mi pongo la questione solo perché mi intriga un aspetto che trovo centrale: la dinamica di trasmissione cui i due termini si riferiscono ovvero il rapporto fra emittente e ricevente.

Quantità vs qualità

Se l’infodemia parla di circolazione di quantità eccessiva di informazione è evidente che c’è un emittente (in senso lato, in verità sono tanti gli emittenti!) che produce e invia una gran quantità di dati e lo fa attraverso una gran quantità di canali di trasmissione. Con quale obiettivo? Probabilmente indurre le persone a costruirsi una fotografia di una realtà, poco importa di quale realtà si tratti. Come credo di aver sufficientemente  sottolineato, questa pur semplice operazione di trasmissione si effettua su base quantitativa. La qualità non mi pare venga menzionata e non appare neppure all’orizzonte. Non ho di certo una particolare antipatia per la quantità. È importante raggiungere, conoscere, disporre di più elementi, di tanti. E gli italiani lo fanno.

La capacità di selezionare

Come mette in evidenza l’Osservatorio News-Italia dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino gli italiani si informano tramite i tanti media. Anche se la tv resta il medium più utilizzato (pari all’87%) la crescita dell’informazione in rete è confermata ed è pari all’80%. Sono così i due media più gettonati per informarsi sui diversi temi di interesse. Ma quando sono tanti, troppi questo comporta una capacità fondamentale: la capacità di selezionare. E qui selezione impone di scomodare qualità.

Se i dati sono grandi, troppo grandi, le capacità di selezione si riducono. Si riduce la qualità della elaborazione perché siamo fortemente concentrati su come selezionare la quantità. E poi c’è l’intreccio fra quantità e qualità. E qui è un po’ come la differenza fra complicato e complesso. Ciò che è complicato seppure con difficoltà riesco con alcune azioni a dipanarlo. Con ciò che è complesso avrò maggiore difficoltà a raggiungere la soluzione. La sociologia ha affrontato questa differenza e ha spesso convenuto che talvolta (anzi spesso, per alcuni sempre) la complessità resta tale. Riesco a conviverci ma non la risolvo.

Complicato o complesso?

Allora se quando parliamo di infodemia parliamo di grande quantità di informazione, vuol dire che siamo nel complicato o nel complesso? Temo che siamo nel complesso, perché come dice il vocabolario della Treccani, ci sono alcune complicanze che prescindono dalla quantità come la mancanza di accuratezza della informazione, o anche una strategia di allontanamento dalla verità o ancora difficoltà a individuare fonti attendibili, difficoltà non riferibili solo a incapacità del ricevente ma piuttosto all’obiettivo strategico dell’emittente  di confondere il ricevente.

(Non parliamo poi di fake news, ma una cosa va detta. L’Osservatorio News-Italia riferisce che il 74% degli italiani le incontra spesso o talvolta e il 68% sostiene che contribuiscono a creare confusione, ma ben l’80% ha fiducia nella propria capacità a riconoscerle). In tal modo si va a definire una patologia della informazione che si estende, si diffonde in ogni luogo e raggiunge un pubblico talmente grande da avere le caratteristiche della pandemia.


Ovvero quando l’informazione è tanta e le notizie si intrecciano prive di chiarezza, senza rispondere a quel principio fondamentale della comunicazione che recita che tra messaggio emesso e messaggio ricevuto ci debba essere la maggiore identità possibile, quella informazione è pari a un organismo assai virulento. Noi cittadini anche quando siamo attenti e pur abbiamo anche alcune competenze necessarie non siamo immuni. Siamo pronti e disponibili al contagio. E non solo ci ammaliamo di cattiva informazione ma contagiamo gli altri. Secondo quel principio antico ma assai contemporaneo della sociologia introdotto da Merton che è l’omofilia.

La pandemia della cattiva informazione

Un dato per tutti, sempre dell’Osservatorio News-Italia, la crescita (si registra un 40% nel 2019) dell’abitudine di informarsi attraverso le cerchie ristrette su Facebook costituite da amici e parenti. Che non significa solamente che siamo più vicini a quelli che la pensano come noi, ma anche li influenziamo e ci facciamo influenzare per le scelte politiche sociali culturali. Ciò detto mi pare evidente che infodemia sia una sorta di pandemia della cattiva informazione che poggia sulla strategia di far passare notizie tante, in modo virulento. Che andranno a contagiare la gente che non è immunizzata perché non ha la competenza, né si è vaccinata per operare la selezione necessaria.

Le molte notizie – di diverso tipo – che ci raggiungono su quel principio omofilico, avranno una forza tale da passare da uno a uno da tanti a tanti, come fa un un virus potente. Così le analogie fra infodemia e pandemia sono molte e entrambe non ci fanno star bene. Occorrono vaccini ma occorre che poi ci si vaccini e si faccia molta attenzione proteggendoci sia nei confronti dell’infodemia che della pandemia.

Relazione tra cultura, informazione, scienza e salute

Questo è anche un tema culturale e la relazione fra cultura, informazione, scienza e salute sarà centrale nella ottava edizione del festivalgiornalismoculturale.it che si svolgerà a Urbino e Fonte Avellana dal 9 all’11 ottobre 2020 dove peraltro verranno presentati i dati della ultima rilevazione dell’Osservatorio News-Italia che quest’anno ha chiesto a un campione significativo degli italiani su come si informano ma anche come e dove hanno cercato notizie relative a Covid19, scienza, letteratura scientifica e altri item che ruotano attorno a infodemia e pandemia.

Sanofi Pasteur e StartupItalia dichiarano che gli autori dei post e gli speaker che prendono parte alle dirette hanno ottemperato agli adempimenti previsti in tema di conflitto di interesse.

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