Assicurare una crescita economica con un minor impatto sull’ambiente si può, e l’Italia non va male - Life
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Ultimo aggiornamento il 25 luglio 2020 alle 11:16

Assicurare una crescita economica con un minor impatto sull’ambiente si può, e l’Italia non va male

Quanto conta essere sostenibili per affrontare una crisi economica? Rispondere a questa domanda potrebbe aiutarci a immaginare un nuovo futuro dopo il Covid-19

Cambiare il nostro modo di produrre e consumare è la chiave per assicurare una crescita economica con un minor impatto sull’ambiente. È  quanto ci invita a fare l’obiettivo di sviluppo 12 delle Nazioni Unite (SDG12). Ma in Italia quanto siamo lontani dal raggiungimento di questo obiettivo?

“A volte siamo molto severi con noi stessi. Il quadro non è così negativo in Italia”. Esordisce così Michele Merola, ricercatore presso il GREEN “Centre for research in Geography, Resources, Environment, Energy and Networks“dell’Università Bocconi.

E infatti ci sono alcune aree in cui l’Italia eccelle in Europa e nel mondo, come dimostrano i dati Eurostat che misurano il raggiungimento degli SDGs. L’Europa si è concentrata soprattutto su quattro indicatori per monitorare i progressi del SDG12. E non tutti i progressi sono attribuibili alle politiche per la sostenibilità. Molto è dipeso anche dalle crisi economiche.

Sta di fatto però che tra il 2003 e il 2018 l’Europa ha aumentato la produttività delle sue risorse del 29,6% e dell’energia del 31.4%. Quindi abbiamo consumato meno e prodotto di più. E l’Italia ha pure fatto meglio rispetto alla media europea.

 Una lente per osservare la sostenibilità in Italia

Il censimento ISTAT riferito al 2018 ha dimostrato che in Italia il  66,6%  delle aziende svolge azioni per ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività.
“C’è una crescente attenzione da parte delle aziende ai temi legati alla sostenibilità”, ha confermato Michele Merola. Il progetto SMART che confronta il territorio Como-Lecco con quello del Canton Ticino su cui sta lavorando, è il focus su un’area che ben rappresenta l’intero territorio nazionale sia nelle potenzialità che nei limiti.

Questi temi però sono complessi. Richiedono investimenti in termini di risorse e persone dedicate. È più facile per una multinazionale o un’azienda grande  investire in sostenibilità piuttosto che per le piccole e medie imprese che caratterizzano il tessuto italiano. Questo spiega la differenza di prestazioni che abbiamo rilevato tra il Canton Ticino e il territorio di Como – Lecco”.

Le variazioni territoriali evidenziate da ISTAT rafforzano quanto rilevato dal progetto SMART. Le imprese del Sud e del Centro hanno optato per attività interne a titolo gratuito, utilizzando personale dell’impresa. Il ricorso alla formazione a cura di personale esterno è praticato solo dal 9,3% delle imprese. Il dato sale al 31,8% per le aziende con 250 addetti e più.

 

La correlazione tra iniziative e dimensioni dell’impresa vale anche per altri strumenti

Nel triennio 2016-2018 il 12,4% delle imprese ha acquisito certificazioni ambientali volontarie di prodotto o di processo. Le imprese che dichiarano di aver redatto bilanci o rendicontazioni ambientali e di sostenibilità sono invece meno del 4%. La quota raggiunge il 30,8% tra le grandi imprese. La valutazione delle iniziative di sostenibilità ambientale viene invece praticata dal 13% delle imprese e quasi dal 50% nelle realtà più grandi.

La diffusione dei report di sostenibilità è indice di un livello dell’impegno delle aziende”, ha spiegato Merola.  “Arrivare a fare un report di sostenibilità non è banale.  Occorre descrivere i propri impatti ambientali, i consumi energetici e idrici e gli impegni per ridurli. Richiede uno sforzo di contabilizzazione e l’uso di indicatori”. Le filiali delle multinazionali o le grandi aziende del Canton Ticino hanno più risorse delle PMI del territorio di Lecco-Como, ad esempio.  “Ma entrano in gioco anche gli investimenti delle istituzioni locali e regionali che hanno incentivato questo tipo di strumenti. In Italia, è molto più facile trovare certificazioni di qualità o ambientali perché sono richieste nei bandi pubblici o come criteri premiali. Uno dei suggerimenti che davamo in Lombardia ma vale per tutta l’Italia, è quello di prevedere finanziamenti e criteri premiali anche per altri strumenti di sostenibilità”.

 

Sostenibilità equivale a maggiore competitività?

Secondo ISTAT, il 32,1% delle imprese dichiara che il motivo principale per ridurre l’impatto ambientale è il miglioramento della reputazione verso clienti e fornitori.

Ma ci sono anche altri motivi per diventare sostenibili. Li elenca il Rapporto GreenItaly di Simbola.  Le aziende che fanno scelte sostenibili hanno anche vantaggi economici. Ad esempio, c’è una riduzione dei costi aziendali grazie all’efficientamento energetico e alla limitazione dello spreco di acqua. Si assiste a un ampliamento dell’offerta o a un miglioramento del clima aziendale.

Le aziende che hanno investito in sostenibilità sono in grado di cogliere prima e meglio le tendenze del mercato, anche di quello estero. Così rispondono alle esigenze del consumatore, che è sempre più attento. Oltre alla qualità del prodotto, al prezzo e alla facilità di reperimento, tra i criteri di scelta ci sono i livelli di sostenibilità. Accade sempre più spesso e riguarda una porzione sempre più ampia di consumatori”, ha spiegato Merola.

Lo confermano anche i dati dell’Osservatorio GS1: i prodotti sostenibili vedono crescere le loro quote di mercato in modo significativo. Il trend delle vendite per i prodotti che dichiarano una gestione sostenibile delle risorse registra un +2,8% nel 2019 rispetto al 2018. Ma all’interno della macro-area ci sono picchi che riguardano i prodotti con packaging compostabile (+55%) o che riducono l’emissione di CO2 (+19,1%) o che usano meno plastica (+21%).

“Dobbiamo ricordarci che i giovani che partecipano al Friday for future sono quelli che ancora non hanno un grande potere di acquisto perché oggi non lavorano” aggiunge Merola. “Ma nel giro di pochi anni sono loro che avranno potere di acquisto”.

Le certificazioni istituzionali

Non basta un bollino in cui l’azienda auto-proclama il suo prodotto come “green”. Servono certificazioni istituzionali. E bisogna diffidare dagli slogan riportati sui prodotti con toni troppo enfatici.

“Le aziende devono essere credibili e devono strutturarsi. Non basta fare un prodotto green o una linea. Bisogna fare un investimento a 360°, attraverso metodologie e studi scientifici che controllino approvvigionamenti e processi. Bisogna fare scelte e valorizzarle tutte”.

E rispetto al Covid-19? Essere green aiuta nei segnali di ripresa? “Non abbiamo ancora dati e numeri” conclude Merola. “Tuttavia, la sensazione è che chi aveva investito in innovazione green ha più possibilità di far fronte alla crisi. La sostenibilità sta diventando un tema strategico per le aziende per quasi tutti i settori”.

Sanofi Pasteur e StartupItalia dichiarano che gli autori dei post e gli speaker che prendono parte alle dirette hanno ottemperato agli adempimenti previsti in tema di conflitto di interesse.

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