Fiducia e scienza, un rapporto fragile in passato come nell’era dei social network - Life
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Ultimo aggiornamento il 26 ottobre 2020 alle 8:00

Fiducia e scienza, un rapporto fragile in passato come nell’era dei social network

“Per superare un’epidemia la fiducia è una risorsa necessaria quanto i soldi e i farmaci” spiega Antonio Sgobba autore de “La società della fiducia, Da Platone a WhatsApp” in un’intervista con StartupItalia, in cui parla del ruolo della fiducia nella nostra società

La fiducia è una delle ossessioni della nostra era. Lo era prima della pandemia – anni a riflettere, incoraggiare, implorare la fiducia dei mercati – lo è durante la pandemia: fidarsi dell’Oms, del Comitato tecnico scientifico, del governo, degli scienziati (ma quali?) e della ricerca è diventata una questione di vita o di morte. La fiducia è un vino che tendenzialmente assaggiamo senza capire, ne parliamo, la menzioniamo, ma con arrendevolezza: negli ultimi anni ci siamo fidati troppo di quello che ci hanno detto sulla fiducia. Per questo è importante che Antonio Sgobba – giornalista Rai – abbia scritto La società della fiducia, Da Platone a WhatsApp (Il Saggiatore), un viaggio colto, scettico e umanista nel significato e nel funzionamento della fiducia, la materia senza la quale non esistono la sanità, la medicina e la società stessa.

Com’è stato occuparti di fiducia durante il lockdown, il più grande atto di fiducia collettivo mai chiesto all’Italia contemporanea?

«Il confinamento obbligato è l’esatto contrario di un atto di fiducia. In quel momento i governi avevano a disposizione due tipi di modelli: basati sulla fiducia o sul controllo. Credo che l’unico governo ad aver usato un approccio basato sulla fiducia sia stato quello svedese. Tutti gli altri si sono serviti del controllo. Non tutti allo stesso modo: l’uso del controllo da parte di uno stato può essere democratico oppure no. Ci sono regimi che si sono serviti della sorveglianza in maniera molto pervasiva, al costo della libertà dei cittadini. Dove c’è uno stato di diritto, come nel caso italiano, non si è arrivati a questi eccessi, ma sono stati comunque posti vincoli molto rigidi.

Non sappiamo quale sia il modello che ottiene i risultati migliori. Un regime di sorveglianza può essere efficace dal punto di vista del contenimento del contagio, ma il prezzo da pagare – la rinuncia alla libertà e alla democrazia – è troppo alto. D’altra parte ci sono dubbi sull’efficacia del metodo svedese, che in ogni caso non tutti si possono permettere. La fiducia non è un interruttore che si accende o si spegne a comando. La fiducia civica in particolare, quella caratteristica di certi paesi del nord Europa, si costruisce negli anni, generazione dopo generazione. Se uno desidera una società decente, quella è la soluzione auspicabile. L’Italia del 2020 mi sembra lontana da quel modello».

La pandemia è stata anche una crisi epistemologica: cosa si è rotto nel nostro rapporto con la conoscenza (e cosa serve per aggiustarlo)?

«Qualcosa si era già rotto. La crisi, epistemologica e non solo, potremmo dire che sia iniziata almeno nel 2007-2008. Nella cosiddetta società della conoscenza è fondamentale il ruolo degli esperti: non possiamo sapere tutto, siamo costretti a delegare. Con il collasso finanziario la diffidenza nei confronti degli esperti ha fatto un salto: come fidarsi di politici, economisti, giornalisti se non sono stati in grado di prevedere la crisi e non sanno come uscirne?

Allo stesso tempo negli ultimi dodici o tredici anni sono diventati sempre più pervasivi i social network e gli smartphone, sono strumenti determinanti per il nostro modo di acquisire conoscenze e hanno fatto sì che cambiassero le stesse strutture su cui si basa la fiducia. Siamo sempre più imprigionati nelle camere dell’eco che ci siamo costruiti: casse di risonanza delle nostre stesse opinioni in cui troviamo solo conferme e rischiamo di perdere qualsiasi contatto con la cosiddetta realtà».

Perché le epidemie, ma anche la medicina e la sanità, sono così legate alla fiducia? Come funziona questo rapporto?

«Nel libro cito il caso dell’epidemia di Ebola ancora in corso tra Congo, Uganda, Sud Sudan. In quelle zone c’è una grande diffidenza nei confronti delle istituzioni, si moltiplicano le voci che screditano i medici e gli operatori umanitari. E in quel caso il vaccino c’è, è stato sperimentato è funziona. Per superare un’epidemia la fiducia è una risorsa necessaria quanto i soldi e i farmaci. Come possiamo guarire se non ci fidiamo del medico che ci dovrebbe curare?».

Giochiamo: hai provato a immaginare questa pandemia in un contesto non digitale? Ci saremmo fidati di più o di meno?

«Ci possiamo provare. Pensiamo alle voci sulle origini del virus. Trump dice che la colpa è della Cina. Non c’è nessuna prova ma c’è chi ci crede. Facciamo un passo indietro di duemilacinquecento anni: al tempo della peste di Atene incominciò a circolare la teoria per cui il morbo era stato diffuso dagli spartani, i nemici avrebbero letteralmente avvelenato i pozzi. Anche lì nessuna prova, ma molti si convinsero che le cose fossero andate proprio così.

Crediamo a ciò che vogliamo credere, ci sono tratti fondamentali degli esseri umani che non cambiano mai. Ma se guardiamo invece più da vicino ai casi più recenti di epidemie – come Ebola, H1n1, Mers – notiamo subito qualcosa di diverso rispetto a quest’ultima pandemia: al di là dei numeri, le nostre reazioni. Quella che stiamo vivendo è la prima pandemia al tempo dei social network e delle camere dell’eco, questo influisce sulla nostra razionalità e sulla nostra emotività. L’ecosistema informativo in cui ci troviamo fa sì che siamo preda di quelli che il sociologo William Davies chiama “stati nervosi”: siamo scossi, agitati, spaventati. Capire di chi fidarsi in questa condizione diventa sicuramente più difficile».

Perché idealizziamo la fiducia dell’era pre-social?

«Idealizziamo sempre il passato. È facile, è comodo. Lascia le cose così come stanno».

E perché abbiamo deciso che oggi la fiducia è così centrale nella nostra società?

«Senza fiducia una società semplicemente non esiste. Le preoccupazioni sulla necessità della fiducia in una società risalgono almeno al diciannovesimo secolo. Tra l’Ottocento e il Novecento a preoccupare erano le conseguenze dell’individualismo sulle comunità. L’idea era che l’industrializzazione e l’urbanizzazione avessero trasformato le relazioni sociali in modo irreversibile. Su questo punto cito Georg Simmel, che scriveva che senza fiducia generalizzata la società si disintegrerebbe, letteralmente, non sarebbe integrata, avrebbe perso i legami che la tenevano insieme. Mi sembra utile ricordarselo perché non mi sembra proprio che ci siamo liberati dell’individualismo. Anzi, quel processo non si è mai fermato».

È la fiducia a essere stata distrutta oppure il nostro mondo, per funzionare, ha bisogno di più fiducia e quindi ci accorgiamo più attivamente di quanto manca?

«Di sicuro sono state messe in atto strategie per distruggere la fiducia. È da sempre quello che fanno i regimi non democratici. Ma c’è qualcosa di più. Fidarsi costa fatica. Fidarsi vuol dire correre un rischio, accettare l’incertezza. E noi invece vorremmo non rischiare e non faticare mai, vorremmo essere sempre sicuri. Il guaio è che abbiamo a disposizione sistemi sempre più efficaci e sofisticati per evitarci qualsiasi sforzo e per farci sentire al sicuro. Tutto questo ha un prezzo: la nostra libertà».

Scrivi che siamo tutti soggetti a essere ingannati, è in qualche modo la condizione umana. Il maggior quantitativo di informazioni a nostra disposizione ci ha reso paradossalmente più vulnerabili all’inganno?

«Sì, con il diluvio di voci da cui siamo sommersi da un punto di vista quantitativo le possibilità di essere ingannati sono indubbiamente aumentate. L’effetto è curioso: ci sembra di non essere mai stati così creduloni e allo stesso tempo di non essere mai stati così diffidenti. C’è chi se ne approfitta, sia della credulità sia della diffidenza. Entrambe possono essere usate da chi ha interesse a rafforzare il proprio potere, penso ai capitalisti della sorveglianza o ai regimi non democratici che si servono delle tecnologie più avanzate per la propaganda o per il controllo dei propri cittadini».

Scrivi spesso che non esiste nessuna età dell’oro passata della fiducia. Potrebbe esserci un’età dell’oro della fiducia nel futuro? Come la immagini, che caratteristiche avrebbe?

«Non possiamo escludere che in futuro ci possano essere giorni migliori di questi. Non ho capacità né velleità profetiche, ma guardando alla storia della fiducia nelle società osserviamo una certa ciclicità. Un equilibrio si è rotto, non so quanto tempo ci possa volere prima di trovarne un altro. Una condizione però mi sembra evidente: perché ci sia più fiducia è necessario che ci siano meno diseguaglianze. Non ci si può fidare in una società in cui il potere e le risorse sono nelle mani di pochi».

Sanofi Pasteur e StartupItalia dichiarano che gli autori dei post e gli speaker che prendono parte alle dirette hanno ottemperato agli adempimenti previsti in tema di conflitto di interesse.

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